La specie rara “a cui si dà  il nome dell’esploratore”, nel racconto di ColiVì, è la relatrice al convegno registrata a nome del suo professore. Italia 2020.

I tacchi cominciavano già a farle male. La tomaia sfregava sul bordo esterno del quinto dito e ad ogni passo la sensazione di bruciore si acuiva. Duecento metri, questa la distanza che separava la sua macchina dalla meta e l’errore commesso si palesava in tutta la sua banalità. Banale e stupida la motivazione che l’aveva spinta a metterli: centosessanta centimetri, la sua altezza, peraltro corretta al rialzo, stando a quanto dichiarato sulla carta d’identità. Il dato antropometrico, di cui non le importava nulla nel quotidiano, rappresentava però una scocciatura, se non una vera e propria minorazione, in occasioni come queste: il congresso, l’intervento davanti alla platea, e… la signorina dello staff che interveniva per ridurre l’altezza del microfono. A questo aveva pensato davanti alla scarpiera qualche ora prima; dunque tacchi alti, senza indugio, ma quali? Lo stivale, certamente comodo ma poco professionale; lo scarponcino rialzato, no quello no, non stava bene sopra i pantaloni; allora la scarpa stringata bassa: “No, ancora una volta, non puoi permettertelo!”. In alto volteggiava così il flusso dei suoi pensieri, ancora poco convinti per la verità; in basso a sinistra invece il paio di scarpe adatto. Nere, di pelle non lucida, tacco fino e maledettamente nuove. Ultimo utilizzo non pervenuto, anzi ecco riaffiorare nella memoria il matrimonio della sua amica: il caldo, il tacco che si incastrava sui sampietrini nel tragitto fino alla chiesa, la cena infinita seduti al tavolo e i balli a fine serata in cui si era ritrovata scalza. “Vabbè tanto non devo camminare”, era stata la conclusione, errata, in teoria e nella pratica.

Tra mulo da soma e formica

Sostò qualche minuto davanti alla porta scorrevole, il tempo per specchiarsi l’ennesima volta. Che cosa vedeva? O meglio che cosa avrebbe voluto vedere? Donna, giovane, tailleur e camicia, capelli raccolti e trucco discreto. Una borsa computer a tracolla, troppo grande per la sua stazza e pesante per essere portata con assoluta nonchalance. Il peso e la scomodità del tacco avevano rallentato l’andatura, in un avanzare a metà tra il mulo da soma e la formica che sposta briciole dieci volte più grandi delle sue dimensioni. L’immagine che le rimandava il riflesso del vetro poteva riassumersi in un prototipo di sé non ordinario ma neanche troppo singolare da attirare l’attenzione. Eppure, per lei era sempre stato difficoltoso attenersi al solo dato di realtà; più facile, scivolare verso la critica, rimarcare la minuzia che non andava; quella che tutti gli altri avrebbero potuto notare, anche a distanza, anche in un contesto in cui era stata chiamata a parlare, non a mostrarsi. Ecco quindi un ciuffo che usciva ribelle dallo chignon e si proiettava quasi orizzontale appena sopra al padiglione auricolare; la camicia le si era spiegazzata durante la guida e aveva una piega, anche essa orizzontale tra l’ombelico e il costato a sottolineare la rotondità del ventre. Al pensiero le sfuggì una smorfia, la seconda della giornata dopo la passeggiata sui tacchi.

Specchi giganti nei bagni delle donne

Ma come ogni volta di fronte ad una avversità, gli ingranaggi della sua mente studiavano già il piano di emergenza, con la velocità di una squadra antisommossa e i dettagli di un manuale di sopravvivenza. Varcata la porta, al centro della hall vi era la reception con il banco iscrizioni e ricevimento congressuale; poco prima sulla destra la sua uscita di sicurezza: la toilette. Meglio quindi dirigersi subito lì prima di fare incontri indesiderati in questo stato.
Chissà perché i bagni delle donne hanno tutti uno specchio gigante davanti ai lavandini o poco prima dell’uscita?! Altra domanda stupida, pensò, ma il sentirsi non sola, o meglio, non la sola stupida con il bisogno di specchiarsi ferocemente in quel frangente, sembrò placare un po’ la sua agitazione. Davanti ad una delle postazioni dei lavandini, un’altra donna giovane, forse la sua età, in una divisa gonna pantalone di un tessuto lucido, sintetico, capelli sciolti questa volta, ma gli stessi tacchi apparentemente scomodi per i quali si dondolava da destra a sinistra, alla ricerca di quel sollievo momentaneo dato dalla riduzione del peso. Doveva essere una delle signorine della reception; si, aveva visto la stessa divisa di sfuggita al banco ricevimenti, poco prima di nascondersi lì. Stava rifacendosi il trucco: un altro poco di phard sulle gote e rossetto sul labbro inferiore, un po’ troppo rosso a suo personale giudizio. Decise di non affrontarla subito: il condividere lo specchio in un bagno pubblico rappresentava uno di quei momenti in cui ci si sente obbligati a parlare, o quantomeno a scambiare un sorriso, un cenno di saluto, e lei non ne aveva voglia. Filò dunque nel primo bagno e si chiuse.

ln mutande per il cerotto anti-vescica

Appesa la tracolla al gancio davanti la porta, frugò nella borsa alla ricerca del primo rimedio all’inizio traballante di giornata: i cerotti anti-vescica. Dovette completamente sfilare scarpe, calze e pantaloni prima di apporli. Si ritrovò quindi in mutande, nuda dalla vita in giù e rimarcò l’aureola rossa in cui la sua pelle aveva cominciato a rompersi per lo sfregamento. Era arrivata in tempo, niente vescica, solo un’abrasione che il cerotto avrebbe completamente contenuto. Si rivestì e prima di riaprire la porta, stirò con le mani la camicia, spingendola con forza verso il basso ma controllando che lasciasse segni. Era rimasta sola nel bagno. Menomale, niente convenevoli inutili. Con un poco di acqua, plasmò il ciuffo ribelle e revisionò il trucco alla ricerca di qualche sbavatura. Poi controllò nuovamente nella borsa computer alla ricerca dei suoi appunti e della penna usb che conteneva la sua presentazione. Era pronta. In tutti i sensi. Anche il lato fisico ora le corrispondeva. Si lanciò un segno di assenso allo specchio. Si piaceva. Ed era preparata. Uscì a passo sicuro della toilette.

“Lei è una docente?”

A metà del tragitto che la separava dalla reception incrociò il suo professore. Scambiati i saluti e qualche battuta sull’organizzazione si recarono entrambi a ritirare il kit congressuale. Una delle hostess, non quella che aveva visto nel bagno, suddivideva i partecipanti in file per cognome. Si separarono temporaneamente e lei prese il telefono nell’attesa. Sullo schermo, il messaggio della collega che l’informava del suo ritardo, la chiamata del compagno a cui non aveva risposto e il suo messaggio di ‘buona fortuna’. Stava per rispondere quando si accorse che era quasi il suo turno in fila. Diede il suo nome e cognome ad una hostess dai capelli ramati aggiungendo un sorriso di cortesia. “Signorina, mi può ripetere il suo nome, non la trovo”. Ripeté nome e cognome e aggiunse zelante che era una delle relatrici della giornata. “Lei è una docente?”, ripeté la hostess con un tono di voce un rigo sopra la normalità, tra sorpresa e perplessità. “Si, sono una docente, il mio intervento è nel pomeriggio, alle 15.30”. Rispose cercando di scandire al meglio le parole, tranquilla, in apparenza, ma le guance cominciavano a colorarsi di rosso. “Allora prendo l’elenco dei docenti e la cerco subito, abbia la cortesia di aspettare un attimo”.Va bene, aspetto”. Qualche goccia di sudore cominciava a scenderle dietro alla schiena.

Il senso di inadeguatezza

Qualche minuto di attesa, un lasso di tempo imprecisato in cui però la fila di persone dietro aumentava e lei non sapeva se guardare in avanti in maniera indifferente o girarsi prodigandosi in scuse. Ma per cosa? Perché avvertiva forte il senso di inadeguatezza? Aveva studiato, revisionato e ripetuto il suo intervento. No, non erano i contenuti di quello che avrebbe detto il motivo della sua sensazione. Tantomeno il contesto perché aveva già parlato in pubblico e con buoni risultati. Sentiva di nuovo addosso il malessere che prima le avevano procurato i tacchi alti, che, per paradosso, aveva messo proprio per sentirsi più adeguata. Qualcosa di scomodo, forzato, carsico ma al tempo stesso esposto o meglio che la faceva sentire esposta più di quanto non avesse voluto, a rivendicare un ruolo che apparentemente non risultava, che era stato non segnato, dimenticato dagli organizzatori o chissà cosa.
Un sospiro di sollievo le uscì al ritorno della hostess. “Mi scusi, era stata registrata sotto il nome del suo professore. Ho parlato con lui, è tutto chiarito; eccole il suo badge per accedere alla sala.Non si preoccupi, grazie”, la sua risposta condizionata e si tolse dalla fila. Condizionata perché collaudata in altre occasioni analoghe, tutte quelle in cui non stava bene occupare troppo spazio o prendere troppo la parola, manifestare dissenso, rivendicare legittimità d’azione o merito. Tutte quelle volte che si era convinta che era un piccolo prezzo da pagare, una questione non sostanziale.
Provò reale gratitudine per la hostess, poi ancora sollievo per essersi tolta dalla situazione, poi smarrimento: “come potevano averla registrata sotto il nome del suo professore?”, aveva compilato correttamente il form di iscrizione. Un errore, sicuramente. O forse no.

Le parole per essere libera

Forse gli organizzatori o il suo stesso professore avevano pensato che fosse meglio così per attirare pubblico, per aumentare la credibilità dei dati. Forse lei era stata la pedina mossa da altri giocatori che non rinunciavano a giocare la loro partita. Ancora qualche metro fino alla sala, ancora il senso di inadeguatezza che la accompagnava un passo dopo l’altro su quei tacchi vertiginosi in un ancheggiare esitante che non sapeva più a cosa attribuire. Non erano più le scarpe, il completo, la borsa ad essere scomodi; li aveva scelti per risultare più credibile, più accettata da quel mondo accademico che, pur vedendola, non la considerava. Eccola la gabbia di cristallo in cui volevano che stesse come una specie rara, esposta ma non troppo; quella specie a cui si dà lo stesso nome dell’esploratore che l’ha scoperta o del padrone che la nutre.
Prese posto incerta su come gestire il seguito, lo sguardo cadde di nuovo sulle scarpe e rialzandolo affiorò un’unica certezza: non le restavano che le sue parole per sfondare la teca.


ColiVì

è lo pseudonimo letterario scelto dalla nostra autrice

La storia di ColiVì e il  racconto del senso di inadeguatezza sperimentato dalla sua protagonista,  si può considerare, nei suoi aspetti essenziali, la trasposizione ai tempi moderni del racconto di Virginia Woolf  ‘Il vestito nuovo’, di cui Virginia Woolf Project ha parlato qui 

‘Il vestito nuovo’


Il racconto di Virginia Woolf ‘Il vestito nuovo’ è incluso nel volume ‘Oggetti solidi, tutti i racconti e altre prose’ (alla pagina 257) traduzione di Adriana Bottini e Francesca Duranti, a cura di Liliana Rampello.
Qui la versione in lingua originale de ‘Il vestito nuovo’ (The new dress) di Virginia Woolf


Invia anche tu la tua storia qui
Home italiano – Home english