Patrizia Danieli, privata della ‘stanza tutta per sé’ dalla quarantena per il virus, rivede col figlio le vecchie serie e scopre che… Milano, aprile 2020.


Coronavirus. Quarantena. Tutti in casa. Io, mio marito, mio figlio.
Mio marito lavora da casa: nello studio. Lo studio è la ‘stanza tutta per me’, voluta (ovviamente da me) nel 2012, quando comprammo casa.
Virginia Woolf aveva una cosa importante, nella sua ormai celebre stanza tutta per sè: un’entrata indipendente.
Ecco, questo a me manca.
L’entrata indipendente suggella lo spazio del lavoro e protegge dalle interferenze.
“Mamma, ho fame” “ti manca molto? È pronto da mangiare fra cinque minuti” “mammmaaa, mi porti un cioccolatino?!”.
Per il seienne sembro indispensabile ora, ma temo questa età: sento che tra non molti anni non si ricorderà più nulla. Le notti insonni, tutti quei “Dove vai? Vengo con te”, “No stai qui con me”. Puff. Pufff Pufff. Nel frattempo saranno passati solo una decina di anni della mia vita ma vedrò come affrontare il passaggio.
Torniamo alla stanza tutta per sé e all’entrata indipendente.

La stanza tutta per sé diventa lo studio di papà

La questione non è di secondaria importanza, ve lo assicuro. Fatto sta che vicino alle camere da letto, al bagno, al piano di sopra, quello che mio figlio chiama ‘il laboratorio di mamma’ è diventato ‘lo studio di papà’, dalle 8.30 alle 17.
Coronavirus, quarantena, Misinto, un paesino non lontano da Milano.
Io lavoro dopo: dalle 17 in poi. Perché il mio lavoro, in questo momento è ‘flessibile’. L’uomo della famiglia ha un lavoro full time: un modello (di fatto) maschile di intendere il lavoro poiché la società che propone un lavoro (in presenza) di così tante ore è nata quando qualcuno, a casa si occupava di altri aspetti della vita: la cura, per esempio (cura della casa, dei figli).
Fatto sta che mi trovo a stare con mio figlio seienne per otto ore al giorno.
Oggi l’ho fatto: gli ho proposto i cartoni animati della mia infanzia. Pensavo di essere aperta al nuovo: nessuno batte Vajana, sia chiaro: un esempio atteso e straordinario di vocazione al femminile unico nel suo genere, come Merida o Elsa, ma il tempo a disposizione ha giocato contro di me e la nostalgia ha avuto la meglio.

Rivedere i cartoons? Fa venire ‘crampi morali’

Umberto Eco scrisse la prefazione di uno dei primi libri di indagine sul conservatorismo nei libri di testo e diceva (I pampini bugiardi, 1974) che è di difficile fare un processo al libro di testo poiché implica uno “sforzo di straniamento”: rileggere idee che siamo abituati a considerare ‘normali’ (..) , ricordi cari e tenerissimi si mischiano a meriti che non sono dati al libro di testo in sé ma, dal quale arrivano crampi morali e molte delle nostre idee più ricorrenti o banali.
Io penso che per i cartoni animati potremmo dire qualcosa di simile.
Mio figlio, nato nel 2013 ora conosce Candy Candy, (affrontato durante l’estate) ma anche Daitan 3, Mazinga z, Sampei e L’uomo Tigre.
Ora, dopo circa cinque puntate di Sampei, due di Daitan 3, una di Mazinga z, e tre dell’Uomo Tigre, ho collezionato circa otto ore di dialoghi (escludendo Candy Candy).

Perché non era lei a guidare Mazinga?

Il risultato, per me, ad oggi è questo: è tutto il pomeriggio che penso alle relazioni tra i sessi.
Se il genere è una categoria relazionale che indaga le relazioni tra donne e donne, tra uomini e uomini e tra donne e uomini, che osserva chi e perché ha potere, che sfocia in disuguaglianze e discriminazioni, allora i cartoni animati giapponesi degli anni ottanta ci dicono molto.
Le donne sono belle. Quando non sono le protagoniste sono ancora più belle e avvenenti: gli attributi sessuali sono enfatizzati (i fianchi e i seni). Gli uomini protagonisti le provocano e le giudicano: “non sono cose da donne”, e “le tue forme saranno un problema” (Daitan 3 quarto episodio).
“Sei una ragazzina”, “ti preoccupi troppo”, “sei una paurosa” (Sampei ottavo e nono episodio).
In Mazinga z (primo episodio) il protagonista non accetta di ricevere ordini dalla sua insegnante, della stessa età, definita, appunto ‘sapientina’. Io mi chiedo: se questa ragazza era così brava a guidare Mazinga, perché non l’ha guidato lei il Robot?? No: lei ha sì un robot, ma non adatto alla guerra. A cosa serva lo ignoro.

Donne che non si arrabbiano. Mai.

Il punto importante è che queste donne non si offendono mai. Mai. Spesso rispondono e si difendono ma sono totalmente inascoltate. E che effetto ha su di loro l’essere inascoltate, considerate più che altro per l’aspetto fisico, essere giudicate? Nessuno. Acqua fresca. Mi sembra, oggi, incredibile. Ma attenzione perché c’è qualcosa di più: loro ammirano questi uomini. Ebbene si. A volte sono addirittura innamorate. Innamorate di uomini che, per dirla con un eufemismo, non le trattano alla pari.
Ed ecco, poi i tabù: le donne non si arrabbiano, e se si arrabbiano possono essere prese in giro. Non collaborano tra di loro a meno che una delle due non sia la protagonista, non sono mai brutte.
Le donne sono spesso paurose, dedite alla cura, quando sono molto brave non lo sono mai tanto quanto gli uomini e soprattutto sono felici di stare dove stanno. Al secondo posto.
E, per dirla alla Virginia Woolf, chi l’ha inventata questa donna?
Questa immagine del femminile creata ad hoc da uomini che per secoli hanno avuto il monopolio della cultura, delle rappresentazioni pubbliche, il monopolio dell’istruzione alla quale le donne hanno accesso solo da una manciata di decenni, questa costruzione dei rapporti tra i sessi creata da uomini per definire e rappresentare uno stato di dominio è lampante proprio nei cartoni animati degli anni ottanta.

“Più in alto vai, meno donne trovi”

Non è mia intenzione accusare gli uomini: penso che occorra decostruire l’ovvio leggendo il sessismo nelle azioni, nelle strutture, nella gestione dei media, nelle immagini, non necessariamente per una consapevole volontà di dominio maschile, ma perché restano nella sfera dell’impensato, non essendo ancora sottoposte al vaglio della critica di genere. (Giolo, Il patriarcato adattivo e la soggettività politica delle donne, 2014).
Di fatto, in linea con la maggior parte delle esponenti della mia generazione, dedico più ore in una settimana rispetto a mio marito, alla gestione e cura domestica. Di fatto, le donne lavorano nei settori dell’insegnamento e della cura in grande numero, come fossero una prosecuzione delle attività domestiche. E comunque, “più in alto vai, meno donne trovi”.
Le stesse lenti di ingrandimento possiamo usarle per Peppa Pig, Masha e Orso, Vampirina, Max e Maestro.
Per esempio, Papà Pig è architetto, suona benissimo la batteria, è bravissimo a giocare a basket, è campione mondiale di salto nella pozzanghera, è bravissimo a tuffarsi dal trampolino. Vi sfido a trovare un numero che sfiori almeno la metà dei talenti in mamma Pig.
Altri cartoni animati (Come Heidi, Curioso come George o Tom Sawyer) sono stati rivisitati graficamente e riproposti. Riproposti. Con gli stessi contenuti, ovviamente.
In generale la situazione è comunque molto migliorata nei cartoni animati, rispetto alla rappresentazione dei rapporti tra i sessi, ma è chiaro che la strada è ancora lunga.

“Però non dirlo a papà.”

“Che buon profumo mamma, da dove arriva?
“E’ la mia crema profumata”
“Posso metterne un po’?”
“Certo”
“Però non dirlo a papà.”
“Perché?” rispondo io.
“Perché poi papà pensa che è una cosa da femmine.”
Si, c’è ancora molto da lavorare.
Ma ciò che è sicuro è che non vogliamo più che il sessismo passi inosservato.
“I maschi per esempio, possono adorare i profumi, possono abbinare i vestiti, addirittura possono essere timidi e molto pacati. Vero papà?”
Aprile, 2020.
In quel tempo dilatato che stiamo vivendo tutte, nel tempo del Coronavirus.


Patrizia DanieliPatrizia Danieli, insegnante di scuola primaria ed educatrice alla teatralità, scrive sul blog: Questioni di genere. E’ appena stato pubblicato il suo libro: ‘Che genere di stereotipi? Pedagogia di genere a scuola per una cultura della parità’


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